giovedì 29 marzo 2012

come dormi? come dormi, la notte? cap. 7 e 8

CAPITOLO 7

strano tipo quell’alcisa. sembrava che mai potesse fare a meno della mia compagnia, eppure passava gran parte del tempo ad insultarmi o denigrarmi. con quel suo modo di apostrofarmi a mezza bocca davanti ai colleghi ‘oh, l’è arivè bitt generessionn…’ quando mi incrociava all’acoser. con lo stesso tono sarcastico che aveva mio padre quando, nei pomeriggi di nonstudio di quel primo incosciente anno all’università, passando davanti alla mia camera da letto, apriva di botto la porta e vedendomi con la chitarra in mano e di libri manco l’ombra, al solito mi apostrofava con un ‘vamolà… rollin stonn…’ scuotendo amaramente la testa. (e mia madre, a modo suo, per difendermi, diceva che ‘mo va la’ guarda che quello che dici te si chiama micc giaggierr!’. tutto mentre continuavo sugli accordi di un qualche pezzo di rubber soul, ecco…).
ma comunque, tanto strano quell’alcisa da passare tra le varie fasi della sbronza anche attraverso un sottilissimo confine di emozionale dolcezza. quasi sempre ci schiacciava sopra come con i cingoli di un t34. ma poteva succedere che si lasciasse andare in puerili sentimentalismi, sempre però diretti nel senso del concetto (esposto puerilmente) di amicizia, con le semplici parole affettuose sorprendentemente riversate sull’amico che era poi chi scrive.
me ne aveva parlato già vitto, l’altro collega dell’acoser che seppur molto di rado frequentavo al di fuori del lavoro. alcisa ne era molto geloso. certo, era un suo alibi per giustificare la ragione del non riuscire a possedermi in toto, ma quante volte se ne usciva con ‘vai, vai.. vai pure da vitto a leccargli il culo solo perché è del sindacato’. cioè mi accusava di comportarmi secondo uno studiato piano di arruffianamento solo al fine di poter convertire il mio contratto a tempo determinato in una assunzione definitiva. era una cazzata, figurarsi, ero talmente immaturo per non dire cazzone che manco sapevo bene della differenza tra un’assunzione a tempo determinato e indeterminato, e comunque certo non me ne crucciavo. ma a volte era così convincente che mi sembrava ci credesse davvero. ogni tanto reagivo anche
‘oh, suovlaki che s’è fatto uomo, guarda che non sono tanto machiavellico, io. tieni a freno i tuoi voli pindarici’
a questo mio dire reagì stritolandomi un orecchio e minacciandomi con una bottiglia che
‘te la infilo nel culo a te e anche a macchiavello’
che poi qualche tempo prima del mio arrivo quei due erano stati anche complici di varie uscite brave, ma poi era finita. vitto mi diceva, parlando di alcisa, di quel fatto di quando gli succedeva di cadere nella retorica sul senso dell’amicizia. mi disse di quando alcisa gli aveva confidato che la sua canzone preferita era ‘quella che dice si può essere amici per sempre, dei pooh’. oh, quanto ghignammo io e il vitto quando mi disse di ‘sta cosa.
non potevo crederci. mi sembrava una cazzata. ma quella volta che eravamo a pescare, seduti fianco a fianco con le canne in mano, mi misi a canticchiare la lla laaa… si può essere amici per sempre.. na na na naaa, alcisa dunque sobbalzò e ‘oooh… oh! bella eh? ti piace anche a te, eh?’
‘no. per la verità mi fa abbastanza cagare. me lo ha detto vitto di fare ‘sta cosa. volevamo vedere come reagivi. un esperimento di tipo socio-cognitivo, insomma’ (?)
si incazzò di molto. insultò me, vitto, il sindacato, l’università di merda e la mia laurea di merda, il comunismo, ancora vitto cacciando la storia di quella sera che non aveva avuto il coraggio di farsi spompinare da una mignotta, poi ancora me che ero un ‘fallito col cazzo piccolo’ (?), poi ancora vitto ‘il più coglione della cìgìelle che sono tutti coglioni’.
era una cosa su cui non si scherzava, l’essere il suo amico. ma era di una diffidenza che ogni parola dovevi pesarla, quasi da paranoia, su tutto. avevo appiccicato una nostra foto alla vetrinetta sopra la mia scrivania in laboratorio, noi due al ristorante io col braccio destro sulla sua spalla e il suo sinistro sulla mia, mentre con l’altra mano porgiamo in favore di obiettivo un bicchiere pieno. sotto ci avevo scritto ‘sal e dean’, i personaggioni di on the road. lui quando vide la foto mi si avvicinò, mi strattonò e ‘oh ma che cazzo vuol dire quella cosa che hai scritto? che siamo due froci?’
‘ma no, ma dai, alcisa! sal e dean… possibile, mai letto kerouac?!’
pessima battuta. mi rifilò un calcione dritto nei testicoli. di collopiede, avrebbe detto pizzul.
eppure, al di la’ di tutto, il nostro legame era diventato una cosa fuori discussione per entrambi. era chiaro che se stavamo troppo tempo senza vederci, poi ci saliva la malinconia. e alcisa ci teneva a me davvero, non c’erano dubbi.
una forte prova me la diede una sera fuori dal bar fighetto di zola predosa, quello vicino a via roma. solito sabato di pesca e bevute, solito giro dei bar, e si fece troppo tardi quella volta. e invece che rincasare a lavarci per ritrovarsi dopo, ci si fermò direttamente e poco dignitosamente al bar fighetto. eravamo sudici di trote, fango e sudore, unti di noccioline e impregnati di campari. benchè si percepisse schifo e diffidenza da parte degli altri eleganti soliti avventori, li’ per la solita punta per pianificare la solita serata, noi che oramai la serata invece era bella che finita si restò uniti e non ci ci si vergognò l’uno dell’altro. tipo che alcisa si mise a cantare e ballare in modo ridicolo, con movenze goffe ed impacciate, con quella sua pancia pronunciata e dura come il marmo da ragazzo di campagna. La bellagente si girava e guardava tra il compassionevole e lo schifato, si davano di gomito e si dicevano cose sottovoce dopo averlo guardato il tempo di un nanosecondo. ed io, che invece di cercare di farlo smettere, piuttosto non esitai, nessun dubbio, a seguirlo. sì, facevamo un po’ pena, anche che poi dopo un po’ non ci cagava più nessuno. ma ce ne fregammo, c’eravamo noi due, e noi due insieme si poteva inculare a sfregio i pensieri e giudizi altrui. fuori dal bar, alcisa aprì il cofano della macchina e cacciò fuori la sua canna preferita, una tre pezzi a innesto per pesca all’inglese. era una canna fantastica, la sua preferita. me la sbattè forte contro il petto
‘tieni! te la regalo’
‘ma nooo… dai alcisa, cazzo dici, non posso… è la tua canna….’
‘tienila. è tua ho detto. te la regalo’
‘ma dai, ma perché?’
‘perché sei mio amico’
poi mi abbracciò e mi sembrava avesse gli occhi lucidi
ero incredulo
‘sì, ma lo faccio solo perché sono ubriaco’
‘lo so’ dissi per rassicurarlo
salii in macchina che non erano neanche le undici di sera, ma ero già bello che andato.
‘oh, mi raccomando eh?’, ci vediamo domani, eh? ma te, adesso, sicuro che non vai fuori a bologna, eh? vai a casa, eh? non esci con quelli la’ che c’avete quei nomi del cazzo, eh?’
‘tranqilo omo. ma mi vedi, dove vuoi che vada…? a letto no?’
‘ok. oh, ci vediamo domani, chiamami quando ti svegli’
il giorno dopo, domenica pomeriggio a casa sua, mi portò in cantina. la settimana prima eravamo andati a tirare fuori barbi e cavedani nel reno. su una secca ghiaiosa avevamo trovato un teschio di cinghiale scarnificato. alcisa l’aveva fracassato con un sasso e si era preso le zanne. ebbene, la mattina di quella domenica la passò a tagliare, smussare, levigare e forare quei corni.
‘questo è tuo, e questo è mio’
aveva fatto un bel lavoro. non era male come ciondolo, magari un po’ grezzo e appariscente, molto tribale, maraglissimo all’ennesima potenza, ma non avrebbe certo sfigurato su bancarelle di ambulanti. li indossammo. non erano niente male, davvero.
‘oh, non ce li dobbiamo togliere mai…’
l’ho poi portato al collo per tanto tempo, quel zavaglio. una volta un tipo del casello dell’autostrada mi disse mentre cercavo i soldi per pagare il pedaggio
‘bello quell’affare che porti al collo. cos’è, dente di squalo?’
‘no. di tigre’
mi guardò cattivo e sospettoso
‘squalo tigre…’ mi corressi
al casellante gli si aprì un sorrisone di autocompiacimento
‘aaah ah! allora c’ho ragione. sempre squalo è!’
oggi quel ciondolo lo custodisco gelosamente in casa.



  

CAPITOLO 8

(it's a boy) - la lunga notte di alina

1997, l’anno veloce. quante cose succedevano, quante cose che facevo, quanta vita mi passava. erano i miei 26 anni e non ne lasciavo scappare un minuto. in gran parte me li bevevo, vero. ma erano bevute sane, di impertinente giovinezza, di quella bionda età. e la pesca era parte imprescindibile di quel tempo sfuggente, era la pesca che dettava l’agenda, metronomo cadenzato da cui non potevo esimermi. giravo con sempre il sacchetto dei bigattini appeso allo specchietto dell’audi80 (che ferro, l’audi80. di macchine so zero e passione zero. c’è un volante, quei tre pedali, quattro ruote. ci va la benzina, che costa un tot e sempre di più. ma l’audi80 quello era un gran ferro, lasciatemelo dire) e le canne appoggiate sui sedili dietro e nel baule la cassetta, la nassa, i reggicanne, e tutta quella roba lì, insomma. ma non c’era solo alcisa e il suo indotto ad occupare i miei pensieri. ne avevo così tante che ancora mi chiedo come facevo a stare dietro a tutta ‘sta roba. tanto per dirne una, una collega dell’acoser mi aveva fatto entrare in una corale lì a porta san mamolo, cantavo come basso (e quanto invidiavo l’estensione vocale dei tenori) sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula e poi dell’altro che non ricordo. avevo iniziato goffamente, col freno a mano tirato. poi avevo mollato gli ormeggi e mi ci ero buttato, applicandomi diligentemente con gli esercizi a casa. a casa poi intendo in macchina. poiché c’era mezz’ora di tragitto tra casa e lavoro e altrettanto tra viceversa, sfruttavo questi tempi morti per ascoltarmi la cassetta con la lezione e ad esercitarmi. poi magari intonavo bach o mozart ogni volta che potevo oltre che sulla tangenziale e in quel tratto di a1 fino all’uscita di sasso marconi, tipo sotto la doccia o mentre cagavo. miglioravo costantemente, mi piaceva vedere dei risultati conseguenti all’applicazione, seppur sgangherata, comunque coscienziosa. per dirne un’altra avevo preso l’abitudine di fare qualche scappata pedalatoria col marito di un’altra socia di lavoro, un poliziotto che sembrava veramente un poliziotto. cioè, non so se avete presente un poliziotto vero. ecco, lui era proprio così. capelli da poliziotto, pizzo da poliziotto, fisico da poliziotto, voce da poliziotto. ci facevamo metodicamente una uscita settimanale che come diceva lo sbirro “basta sgarrare la prima volta, ed è lì che si comincia a mollare”. era proprio un poliziotto, nessun dubbio. l’avevo presa così seriamente che mi ero fatto costruire da uno bravo di casalecchio una valentini su misura che mi era andata via un’intera mensilità, vaccaboia. e poi avevo speso un altro botto per tutta quella roba attillata che si deve indossare poi il caschetto le scarpe i guanti e una borraccia speciale che forse neanche nelle spedizioni nello spazio.
gli amici storici, quelli consolidati degli anni dell’università, oramai li vedevo solo il mercoledì sera dopo il coro, mi venivano a prendere puntuali all’uscita alle 23 e 30 giusto che non potessi scappare a zola predosa, e poi notte di pub di via saragozza fino all’alba. c’erano dei giovedì che il pomeriggio mi sdraiavo per terra dietro ai gascromatografi, mi svegliavano i prelevatori quando rientravano per consegnarmi i campioni d’acqua e di gas di rete. con un calcio nel culo. “dura eh, dottore...?”
e c’era un’altra cosa che mi occupava. avevo cominciato a scrivere una storia di cui, con gli anni a venire, mi sarei vergognato profondamente. se ci ripenso, solo il titolo non era male: il sole di novembre. il sole di marzo. il sole di luglio. ecco, poi non era granchè manco il titolo, riflettendoci. figuratevi il resto che veniva dopo. ma mi ero messo in testa che ero uno scrittore, un beatnik, e passavo ore di notte a scrivere con un 286 comprato apposta per ‘sta fregola. tutto era cominciato dopo una festa di laurea di alcuni amici dell’università, avevo impezzato all night long il buon fiko menandogliela di baby lemonade, la novella completa, densa e tossica come il mercurio, da principio alla fine, e lui poveretto aveva concluso
“ma è una storia fantastica! ma non ti è mai venuto in mente di scriverla?”
mentre pensava vaccaboia proprio a me ‘stasera doveva capitarmi ‘sto stracciacazzi.
era una storia di merda, aveva detto quelle parole solo per cercare di liberarsi finalmente dalle mie soffocanti chele. fatto sta che lo presi sul serio. e davvero mi comprai quel relitto di pc usato, lo trovai leggendo un annuncio su quelle riviste compro vendo cerco lavoro cerco un pompino da scopare ecc. non c’era ebay, ecco. addirittura presi l’abitudine di portarmi sempre appresso un piccolo taccuino che tenevo con me in tasca, tanto per segnarmi poche parole chiave quando durante il giorno mi veniva alla mente una qualche folgorante ispirazione per la novella che stavo scrivendo.
cominciavo a prendere troppe questioni troppo seriamente. in un’età in cui forse bisognava cominciare a togliere.
vabbò. comunque, al di là di queste e quelle altre cose, per lo più il mio tempo veniva consumato nella provincia col balordo compagno. mi tiravo sempre dietro un borsone col ricambio e lo spazzolino da denti, che non era raro che mi fermassi a dormire direttamente sul divano di alcisa. la luce che passava da quella finestra del salotto, il tono ironico della sua voce dalla camera da letto, alina che rideva, rumori di movimenti. mi prendeva un po’ il magone.
una volta gli chiesi se facessero sesso lui e alina, nonostante la di lei gravidanza.
“cazzo dici, idiota”
“oh, vitto mi ha detto che lui lo ha fatto fino all’ultimo quando..”
“vitto fa cagare. quello sarebbe capace di andare anche con le negre. io non ci sputo in faccia a mio figlio”
dunque il tempo correva, la pancia di alina cresceva, i pranzi della domenica di noi tre, campari e frizzantino, tagliatelle al ragù, grigliata di carne, tigelle e crescentine, lambrusco-pignoletto-bonarda e “oh capo di sù però adesso ce la offri la grappa”, le fiere del tartufo e del burlengo, l’estate al mare a lido adriano. e fu subito autunno.
intanto, i due mi chiesero di fare da padrino al cinno che sarebbe venuto.
all’inizio dissi no.
“te duri poco, sanciopancio. lo sai che poi tocca a me crescerlo? mo sé! col cazzo..”
“te pensi che duri tanto anche te, pezzo di merda?”
accettai.

il 17 novembre 1997 alcisa non venne al lavoro. a me non disse niente, dagli uffici mi fecero sapere che aveva telefonato alle 8, ad alina le si erano rotte le acque ed era là alla maternità di via d’azeglio. sembrava che da un momento all’altro dovesse succedere. invece non si sapeva mai niente ed era venuta l’ora di timbrare l’uscita. arrivai a casa e montai sulla bici (quella sdozza, mica la valentini) e lesto mi diressi verso il centro. pedalai veloce e ansioso, presto fui là.
niente, non voleva venire al mondo, e forse c’aveva anche valide ragioni. in piedi alina si teneva le mani appoggiate dietro all’altezza dei reni, e inspirava profondamente di naso buttando poi ampie boccate d’aria con la bocca fissando il vuoto. era provatissima. alcisa era teso oltre ogni limite, smadonnava e se la prendeva con tutti, infermieri, medici, tutti idioti, che cazzo le pago le tasse, ci vorrebbe il duce ah sì eh! ma non capivo bene di cosa si incazzasse. semplicemente gli davo ragione, scuotevo la testa e dicevo ma pensa te, o roba da matti, ma dai, ma è mai possibile. fortunatamente ogni pochi minuti si usciva fuori a fumarci una paglia, c’era un clima insostenibile, pessimisticamente andammo a comprare un altro pacchetto di dianblu io e lui due di pall mall. prometteva che sarebbe stata ancora lunga.
erano le due del mattino quando ci vennero a dire che le avrebbero fatto il cesareo. alina era il ritratto della sofferenza.
“adesso glielo fate, pezzi di merda? io v’ammazzo tutti, a voi! se qualcosa va male giuro che v’ammazzo, io vi spacco quella testa di merda porcodd…” (serie di bestemmie).
riuscii a convincerlo a fare un giro fuori, camminammo abbastanza e si fumò soquante ancora paglie. al rientro, alina era sotto i ferri.
altro giro fuori, altre paglie, altre bestemmie.
al nuovo ritorno ‘stavolta era già bella che andata.
“complimenti. lei è da poco diventato padre”
alcisa vibrava come un martello pneumatico
“sìì sììì bene bene ma stabene-stabene? è normale eh eh? il bambino, è normale? eh?”
“certo. si rilassi ora. è normale e sta bene”
“sììì sìììì ho capito ma c’ha tutto a posto eh eh? c’ha tutto, due occhi due nasi due orecchie eh eh?”
“sì sì, è a posto. è tutto a posto”
(due nasi?)

vista l’ora tarda, ci fecero entrare a vedere il pargolo lì dove era pieno di tutti ‘sti nuovi venuti al mondo. vaccaboia, ma quanti ne nascono in un giorno, pensai.
una infermiera ce lo mostrò, poi preparò un’iniezione, e mentre era lì lì per piantare l’ago nel culetto del fangein alcisa tuonò
“ohhh!!!! cazzo fai!!! ferma, stronza!”
la tipa si stoppò bruscamente, poveretta le prese un coccolone che per poco l’iniezione se la sparava sul suo avambraccio.
“oh, cazzo! calmati dai… saprà ben lei, no?”
lo convinsi che era il caso di uscire da quella stanza.
andammo a vedere alina che però era mezza inebetita. poiché tremava, alcisa si fece dare una coperta e gliela adagiò per bene. pure per quella circostanza, mi sembrò strano vederlo in questi atteggiamenti delicati.
poi si fece un altro giretto per le strade di bologna per l’ennesima tabaccata. ma fumata bianca, ‘stavolta.
“sai alcisa, pensavo a com’è strano vedere bologna a quest’ora. cioè, da sobrio, voglio dire. in questa quiete, in queste luci soffuse, colgo aspetti di questa città che mi rendono consapevole di quanto sia bella, di quanto io possa amarla”
“ma vai a cagare, te e bologna. ma che cazzo mi vieni a dire? sono cose da dire quando che è nato mio figlio? pezzo di merda…”
c’era già luce quando cominciai a pedalare in senso inverso verso il mio quartiere. alla fine di via indipendenza, sul ponte di via matteotti, pensai se un giorno anche io sarei mai diventato padre. continuai a pedalare.
varcata la porta di casa incrociai mio padre già in piedi che andava a pisciare. mi diede una pacca sulla spalla con un sorriso fiero, chissà che viaggi si faceva tutte quelle volte che rientravo col sole già alto. lo guardai in faccia cercando di tirare fuori un’espressione di chi aveva scopato tutta notte.
feci del mio meglio.

sabato 24 marzo 2012

che dio massista



“che vedete, anche ragionando in termini economici…
con l’analisi di screening neonatale, grazie al tempestivo intervento basato anche su una semplice dieta opportuna, si evitano danni irreversibili come il ritardo mentale
un soggetto affetto da ritardo mentale non autosufficiente ha un costo, considerando l’intera vita, di 400 mila euro che grava sul sistema sanitario regionale, che è il costo di un anno di servizio di screening neonatale obbligatorio della regione toscana.
badate, riscontriamo una positività ogni tre giorni”

prof lm, pontignano (si), 16° corso di spettrometria di massa

  
uma turman un po’ più bassa e spok(kiosa): e perché dovrei lasciarti il mio numero di cellulare, scusa...?
cristiano bitossi: perché c’hai gli occhi azzurri, e io adoro gli occhi azzurri. se dovessi avere un figlio, vorrei che avesse gli occhi azzurri, e con te c’è il 50% di probabilità che succeda
mi si avvicina a pochi cm, mi guarda da sotto gli occhi miei, le nostre bocche quasi si toccano
e per l’altro 50%, come sarebbe, questo figlio...?
intelligente
si tira indietro rabbiosa
ma che razza di stronzo… ma chi ti credi di.. ma pensi che non si vede, che sei un finto brillantone, fai il latin lover per auto adulazione ma poi con la scusa che sei stronzo ti tiri indietro, ma mica per l’essere stronzo, è che hai una gran fottuta paura, paura delle donne, del sesso, di..
hey! ma tu non sei bionda?!
mi tingo i capelli, stronzo
ah! e pure gli occhi?
mavaiacagare, idiota
si gira, se ne va, bye bye baby

quello che rimane è la sveglia delle 4, la beta ossidazione, il ciclo di krebs
rimane il correre investito dai fotoni del mattino, tra gli ulivi le vigne e i ciliegi della chiantigiana, pestando i passi della via francigena
rimangono le lezioni e le risate, il chianti e le risate, mclafferty e oh che cazzo di culo c’ha mercedes oggi, incontrare e scoprire la bellezza di persone nuove, ridere, brindare, ridere
“oh, a proposito di proteomica..  io me ne farei il 60%...”
rimangono mille domande che prima non mi facevo, e questo vuol dire che s’è fatto un buon investimento
rimane il lungo ritorno, roger daltrey live in diretta su radio2 da roma, ma oramai ero arrivato cazzo, giusto l’overture di tommy acc!, saperlo eh

ma per dio
adesso ridatemi la sveglia delle 4, il ciclo dell’urea, le bestemmie col triplo q
le liste della spesa, quella delle cose da fare
ridatemi il correre sulle strade del mio paese, i velvet underground in playlist il sosia di tonino guerra (rip) che mi urla il pugnale il pugnale la sciabola il fighino attillato che mi saluta e mi sorride un po’
ridatemi la fondriest, l’uscita pedalatoria della domenica, la polisportiva alanno 1995, la grigliatona, il montepulciano d’abruzzo, il giardinaggio ubriaco del pomeriggio per non voler sapere il bologna che fa
ridatemi i ravioli di spicchio di luna, la fighincassiera del carrefour di turrivalignani, ridatemi le due cazzate dette al bar di sotto, “dottò, che ti vù pià?”
le cene da pallant e le genziane al bar di sopra, “dottò, che ti vù pià?”
ridatemi i miei scleri, la torta del pentimento del giorno dopo, la mia cattiveria, la mia rabbia
ridatemi quando passo per la piazza, a pochi metri da dove dovrebbe esserci lei, buttando prudente un’occhiata fugace, col cuore che batte forte
ridatemi l’ultimo bicchiere in giardino alle tre di notte, mentre guardo il cancello, mentre aspetto che ritorni


per quei cinque della tavola rotonda

per la toscana

e per il vino buono

(19-23 marzo 2012)

giovedì 15 marzo 2012

come dormi? come dormi, la notte? cap 4 e 5


CAPITOLO 4

devo dire che alcisa, per quanto bizzarro, era niente in confronto alla combriccola dei suoi amici che mi propinava. certi pazzi furiosi, roba da en-bì-ei della follia. il peggiore di tutti ve lo voglio raccontare, era un tale pseudoyeti, il nome non lo ricordo proprio. tutto ciò che sapevo di lui era che una volta lo avevano dovuto portare di corsa al pronto soccorso che stava per soffocarsi con un terzo pollo. cioè, non un terzo di pollo, badate. un pollo intero dopo che due se li era già magnati. l’ultimo, si narrava, lo aveva inghiottito intero. mah, ci credevo poco a ‘sta storia. mi sembrava un po’ pompata. eh che cazz’era ‘sto tipo che mangiava polli interi? un pitone? mah..
comunque.
lo conobbi al matrimonio. il suo. mi aveva invitato alcisa. non so se mi spiego.

io: oh ciccio, ma sei sicuro di quello che facciamo? cioè, mi presento lì, senza che mi conosce nessuno, manco gli sposi poi, sai com’è..
alcisa: conosci me, testadicazzo
io: oh beh allora sì stiamo a posto

portai come regalo una radiosveglia che il mangiatore di polli non considerò. sua moglie sì, le piacque di molto. vabbò, a riprova, ‘sto tizio amico di alcisa che conobbi al suo matrimonio (ma sarà successo a qualcun altro una cosa siffatta? dubito) mi si offrì di montarmi sull’audi ottanta (ah che ferro..) il pianale dietro con le casse stereo, oltre che brigare con tutti quei diavoli di collegamenti elettrici. ci lavorò un pomeriggio. per provare che tutto fosse ok prese una cassetta delle mie e la infilò dentro. erano i timoria, partì una poesia di pedrini
‘c’è un lungo fiume di dolore che attraversa il tempo
nel suo letto
scorrono il fuoco dell’arte
e i cadaveri dei suoi figli maledetti’
il subnormale, una bestia di un metro e ottantacinque per centoquindici chili, mani nere unghie nere e occhi azzurri di quell’azzurro inespressivo, ne fece quasi un caso personale
‘mo che cazzo dice ‘sto qua? oh, mo che cazzo di musica di merda ascolti, pezzo di merda…’
curiosamente, ma neanche tanto, non c’era mai un cambio di inflessione nel suo parlare, dall’inizio di una frase alla fine. e manco tra un discorso e l’altro. poteva dirti ti amo o ti ammazzo con lo stesso tono. una segreteria telefonica di un metro e ottantacinque e centoquindici chili dagli occhi azzurri inespressivi.
con la sinistra mi prese per la maglietta tirandomi giù, mentre con la destra mi diede una noce in testa, un pugno a martello dall’alto verso il basso, tipo alla bud spencer insomma. poi estrasse la cassetta e la frantumò con la suola delle scarpe. alcisa rideva, rideva da matto.
appena mi ripresi dal trauma cranico la buttai prudentemente sulla diplomazia
‘scusa sai, ma fammi capire. te che musica ascolti che ti fa tanto scago ‘sta roba qua’
‘a me mi piace quella canzone che dice come mai ma chi sarai’ disse lo yeti
alcisa batteva le mani, rideva, si piegava in avanti tenendosi la pancia, cantava gli 883. stonando volutamente più di quanto umanamente possibile
‘dimmi come maiii-ma chi saraiii.. ah ah ah ah
dimmi come maiii-ma chi saraiii.. ah ah ah ah
dimmi come maiii-ma chi saraiii.. ah ah ah ah’
poi si dette un freno che magari mi potevo anche offendere
‘dai ben non te la prendere, dòtore’
‘mo perché gli hai detto dòtore? sei un dòtore, te?’
‘si, cioè no.. cioè, dipende..’
dovevo smettere subito di esitare. stava per partire un altro papagno
‘forse tu per dottore intendi medico, ecco io non sono medico, sono laureato sì, ma non in medicina, ho fatto chimica industriale, mi sono laureato e, insomma, sono dottore in chimica industriale’
la mia risposta non lo aveva convinto
‘dòtore…. dòtore in chimica industriale…. mo cos’è un dòtore in chimica industriale..?’
non era mica facile. a parte il fatto che poi a questa facoltà mi ci ero iscritto per puro caso. era successo infatti che quando con il fido guimaraesh ci eravamo trovati in segreteria per immatricolarci, avevamo trovato con stupore due sportelli: chimica pura e chimica industriale. nel dubbio si era scelta la seconda, dietro saggia e ponderata riflessione del guim
‘mettiamoci qua, che c’è meno fila’
orsù, ora dovevo dare spiegazioni all’energumeno
prima che potesse colpirmi una seconda randellata, ci pensò alcisa a togliere le castagne dal fuoco
‘ohi, un dòtore in chimica industriale è uno che ha studiato la chimica!’
quella risposta sembrò soddisfarlo. e meno male, se no forse non sarei qui a raccontarlo.
per dirla tutta, in mezzo a ‘sta gente mi ci trovavo proprio bene. mi piacevano, mi piacevano proprio, mi piaceva la mia nuova vita di provincia, di barsport, di fiere di paese la domenica pomeriggio, di pescate ai laghetti, di personaggi più giovani di me che pareva avessero il doppio dei miei anni, di ragazze con un italiano incerto ma furbe e scafate, eccitantissime quando si mettevano in tiro e che comunque non se la tiravano mai. mi piaceva quel nuovo mondo, mi sembravano tutti veri e sinceri. mica come quando andavo alle feste universitarie o al made in bo o cose simili a pogare o ballare ska para pappa para pappa pa-paaaaaaa in mezzo a ‘sti fuori sede che saltellavano sulle note della tromba e parppappapappa ppà coi capelli ricci e barbe incolte con le loro drehr o dana brau tenute per il collo della bottiglia e che si fumavano paglie fatte a mano con ragazze con treccioline e perline anche loro che saltavano pa- parappappa pappa paa paaa anche loro con le paglie fatte a mano e vestite malissimo e che magari oh ciai del fumo? oh ciai ‘na cartina? (che vogliamo la pace nel mondo)
sai com’è, due maroni...
forse è che avevo fatto l’università per caso, e dunque era un caso che le mie vicende avessero preso quella direzione. cosa ne sarebbe stato di me se qualche anno prima fossi entrato in fabbrica, se avessi ceduto alle insistenze di mio padre?
giaaaà….
‘tè non sei come tua sorella, non dire perché lei sì e io no, te non sei intelligente, te ti è già andata bene che ti sei diplomato, te è meglio che vai a lavorare’
in realtà poi avevo il forte sospetto che il suo cruccio non fosse tanto università o meno. il suo principale tormento era che a diciannove anni non avevo e non avevo mai avuto prima una morosa, e pensava magari che col lavoro, l’indipendenza economica… che poi vaccaboia come mi irretiva ‘sta predica che non avevo la ragazza e ‘sta cosa non era normale. spesso le sue argomentazioni si spingevano fino alla conclusione che evidentemente ero gay, te ti un busèn, eh? at saree mega un foffi, eh? poi una volta gli dissi ‘ok. sì, lo ammetto, sono omosessuale' e lui andò in para totale
‘brisa!! brisa!! brisa schèrzer! piòtost un drughè! l’è mei un fiol drughè che pederasta!’
e allora la smise con le sue menate su fidanzate e orientamenti sessuali
almeno per un po’, ecco
ma comunque sul fatto che non fossi abbastanza intelligente ci credeva davvero e ci faceva forte leva. ‘sta cosa gli era rimasta da quando ero bambino al primo anno delle elementari. poiché ero rimasto l’unico della mia classe che non sapesse né leggere né scrivere, le maestre avevano convocato i miei genitori per fargli presente della mia situazione. ovvio era andata solo mia madre. che, poveretta, si prese anche la briga di cercare di farmi recuperare il ritardo: tutte le sere dopo cena ci mettevamo sul lettone e mi faceva leggere per qualche quarto d’ora. si faceva dei gran pianti, e mica cercava di nascondere lacrime e lagne. che momenti deprimenti. eh, ma la cosa buffa di tutta ‘sta storia è che cosa mi faceva leggere. ebbene, erano stralci di articoli de l’unità, quella della domenica a cui si era abbonati. per tutta la settimana. mica gli aristogatti. l’unità della domenica fino al sabato dopo. vabbò, daje de tacco daje de punta andò che poi imparai e rimontai sul gruppo. con tutte le difficoltà che poteva avere e che, anche se non più drammaticamente, si sarebbe poi portata dietro per sempre, una persona affetta da quella cosa che si definisce dislessia. allora però in famiglia si piangeva e si diceva che ‘sto figlio era nato con la testa scema e da chi mai potevo aver preso.
comunque, mi ero poi diplomato, poi laureato, e adesso volevo vedere quell’altra faccia della luna.
io, lo scemo sulla collina.








 
eppoi dai, pure ‘sta storia degli atomi…
diciamoci la verità, che gli atomi non esistono’

(berto n detto scuraza con l’assistente di organica I, pochi minuti prima dell’esame)



CAPITOLO 5

ma dico io. non sarebbe bello poter serenamente godere di una imprevista calda giornata di sole quando è autunno inoltrato? dire ciao al laboratorio quando è presto, e pensare che oggi va così. fermarsi al bar di laura per una birretta che poi te la offre un compaesano che ti ha detto dottò, com’a shtì? ‘tta poshtt? cchi tti shti a cumbinà? arrivare a casa e mettersi vestiti comodi, riscendere giù in bicicletta, fare un salto ai laghetti pucci di scafa per vedere se la’ se ne prende, fermarsi poi da carminucc che c’ha quelle cotolette che a te piacciono tanto. giocare un po’ con tommy in giardino, far respirare il montepulciano d’abruzzo mezz’ora prima di cena. e poi, dopo mangiato, lavati i piatti e tutto il resto con calma olimpica, adagiarsi comodo nel letto, a leggere un po’, e dormire.

sì, dormire.
che io non dormo mai.
io non dormo, la notte.

la prima notte insonne che ricordi ero bambino, otto anni direi.
capitò che giocavamo a calcio con uno di quei palloni leggeri leggeri, quelli che tiravano giù dai carri del carnevale, che li calciavi e se ne svolazzavano per i fatti loro seguendo percorsi contrari ad ogni principio chimicofisico assodato. quelle traiettorie alla holly e benji, per capirci. beh, quel giorno un mio tiro in porta finì rocambolescamente per incastrarsi direttamente in mezzo ai rami di un groviglio di rose. quando andai a recuperare la palla, era malinconicamente ammosciata, sembrava quel quadro degli orologi. ora, non che fossi un leader, ma manco l’ultimo degli stronzi. ero mediamente rispettato nel gruppo, nell’ordine di beccata non ero ne troppo su ne troppo giù. quindi accusai il colpo quando il buon mauro disse con tono cattivo ‘è tutta colpa tua. lo hai bucato tu. adesso tu glielo devi ricomprare!’ e il figlio del cacciapesca ribadì ‘sì! me lo devi ricomprare!’. ero in un grosso guaio. quella notte non chiusi occhio, la trascorsi a pensare a come venirne fuori. ricomprare? ma dai! con quali soldi? e poi, come si faceva a comprare un pallone?
sparii dalla circolazione, non mi feci vedere in giro per giorni e giorni. addirittura adesso era mia madre che mi spingeva ad uscire di casa, giunse quasi ad obbligarmi. siccome mi faceva troppe domande sul perché e percome, infine rientrai nella gang. intanto fisiologicamente la cosa sì era già sgonfiata proprio come quel maledetto pallone svolazzante. e fu come non fosse mai successo.
la seconda notte in bianco che mi ritorna in mente è stato poco dopo. ero a dormire dai nonni quella volta, e meno male. che avevamo fatto la verifica di grammatica, quella della forma attiva-forma passiva. piero mangia la mela – la mela è mangiata da piero. dieci frasi, bisognava dire se erano nella forma attiva o passiva appunto, e poi traslarle nell’altra. su dieci avevo fatto zero. davvero. ci dava i voti la maestra, e io avevo preso zero. stavo d’un male, ma fortuna voleva che quella notte dovevo stare fuori dai nonni. sai mia madre… uhff!
1) cazziatone
2) autocommiserazione
3) pianto
mio padre no problema, avrebbe smadonnato e avrebbe fatto finta di incazzarsi per poter prendere l’uscio come sempre per andare al bar della bolognina che c’era da vincere il prosiutto al torneo di briscola.
comunque, in preda a quelle angosce del bambino, non dormii tutta notte.
di quella roba non ci avevo capito niente. la maestra mi aveva preso in disparte e mi aveva detto ‘ma come è possibile che non capisci?!’ poi aveva cantilenato ‘piero mangia la melaaaa, forma attiva! la mela è mangiata da pierooooo, forma passiva! eh? eh?’
niente, non recepivo. e dire che se ripenso a quegli anni mi vedo con una spigliata curiosa immaginazione figlia di un certo pensiero evoluto. tipo, tanto per dire, mi ricordo che mi chiedevo spesso cosa ci fosse al di la’ del cielo. pensavo: se vado su, verso l’alto, e poi sempre su e ancora su, cosa trovo? cioè, quando finisce il cielo? e quando finisce il cielo, cosa c’è? mi immaginavo che schizzavo in alto tipo un tappo di spumante, o un V2, o l’apollo 13, e salivo e salivo e passavo le nuvole e salivo ancora sfioravo la luna e poi superavo le stelle e salivo ancora e ancora cercando di figurarmi le cose fantastiche che avrei incontrato. ma mi veniva in mente solo altro cielo e poi altro cielo. chissà come mai, questo non mi rassicurava. anzi.

questo era tanto tempo fa
ma a volte ho come l’impressione che
anche dopo tutti questi anni
io sto ancora salendo